World March website


World March Blog
22 November 2009

(Italiano) SECONDA TAPPA IN MAROCCO

(Italiano) Dopo le chine e il fiatone un albergo tranquillo ci voleva proprio. Non me ne domandate il nome, riesco a ricordare solo l’ultimo, quello dove abbiamo dormito l’altro ieri, forse solo perché si chiamava Hotel Meka. Quel primo albergo a Tangeri era un po’ nel nulla, come se il nugolo di turisti-cavallette si fosse spostato altrove, lasciando intatta, nelle tende giulivamente colorate della camera che nascondevano una grande finestra aperta direttamente sul mare, la volontà di ospitare l’ondata, attesa e sperata, di vacanzieri occidentali. Ora un po’ fatiscente e vuoto, era stato forse un albergo di lusso anni cinquanta, ma ancora talmente accogliente da provare una grande voglia di tornarvi per potermi sedere a scrivere accanto a quel finestrone aperto al rumore del mare e alle voci dei muezzin. La spiaggia era a due passi. Sicuramente sessant’anni fa i ricchi commercianti europei vi venivano serviti dal personale dell’hotel, in divisa col fez rosso, i pantaloni neri a tre quarti, le calze nere e la giacca bianca dai bottoni dorati. Ora invece a tenere la reception erano solo due persone, due signori vecchiotti in borghese che si occupavano di tutto, delle chiavi, dei passaporti e anche del cambio. A vederli chini mentre aprivano e chiudevano di continuo una vecchia cassaforte di ferro dalla quale tiravano fuori buste, bustarelle e fagottini di banconote passate di mano in mano e di monete, mi sentii non in un albergo ma in un qualunque negozio della medina. Avevamo pensato di mangiare qualcosa, ma il bar e il ristorante erano fuori servizio. C’era poco tempo ormai all’ora del treno, per cui si decise di partire alla volta del porto, dove senz’altro avremmo trovato  ristoro. Non è facile muovere dei gruppi di 10-15 persone in situazioni di emergenza, ma ce la caviamo. Sempre. Arrivati al porto, o per meglio dire sbucati all’improvviso su una marina nascosta da un muro, dietro al quale centinaia di barche da pesca si dondolavano in mezzo ai versi acuti di uno stormo di gabbiani, c’era solo da trovare posto per tutti in uno degli innumerevoli ristoranti. Mangiammo con le mani il pesce che ci venne servito e, senza aver potuto pulircele altro che sulla tovaglia di carta, ripartimmo di corsa  in cerca di tre o quattro tassì. Finché non arrivammo al treno non ci fu possibile levarci di dosso quell’odore di mare alquanto appiccicaticcio.

Da lì a Rabat, cinque ore in un vagone piuttosto comodo e pulito. Alla stazione ci accolsero altri gentili signori incravattati. L’albergo era a due passi, vi ci accompagnarono a piedi. Una cena frugale, cercando di ricordare, anche solo per cortesia verso i nostri ospiti, che da queste parti si mangia con la mano destra, per cui ogni tanto ci bacchettavamo a vicenda scherzosamente. Una passeggiata molto piacevole accompagnati dai nostri ospiti –Rabat la nuit- e rientro in albergo, dove mi era stata assegnata una camera singola, un vero regalo di questi tempi, per poter scrivere senza disturbare nessuno, anche se spesso sono così stanca che non riesco a trarre profitto da queste rare occasioni di solitudine, perché ho solo voglia di dormire. La camera aveva da un lato un lavandino, in un angolo per terra il segno di un cesso rimosso, il tetto altissimo, la coperta e le tende rosso fez, i mobili scuri. La presa era accanto al lavandino. Era una sola, ma per una volta tutta mia. E c’era pure un tavolo tutto per me, e una sedia non contesa. Avvicinai il tavolo alla presa in modo da caricare i diversi aggeggi –telefonino, computer, video- e scrissi per tutta la notte. L’indomani provai a farmi la doccia prima che gli altri si destassero, ma era chiusa a chiave e dovetti accontentarmi di una lavatina superficiale. Niente di grave, un tempo in campagna da noi era sempre così, ed erano anche così gli alberghi malincolici dei commessi viaggiatori, che saltavano pure loro da una corriera all’altra, sempre carichi di valige. Noi non vendiamo nulla, portiamo soltando un messaggio di pace, di non violenza. Una pace e una non violenza che devono partire dal nostro interno, ispirare le nostre coscienze, le nostre decisioni, le nostre azioni, illuminare la nostra via, rendendoci più giusti, più solidali, più compassionevoli, più generosi. Non so se la Marcia servirà a cambiare il mondo, ma ha certamente cambiato un pochino quello mio, avendomi procurato la fortuna di stringere amicizia con qualche persona avente il mio stesso ideale di pace, di giustizia, di solidarietà, di indipendenza, di libertà, di compassione e di amore, persone che fino a poco fa mi erano completamente sconosciute e che ora so che marceranno sempre al mio fianco, al fianco di tantissimi altri esseri umani pieni di luce nata da cuori che amano incondizionalmente il proprio prossimo.

Voglio condividere con loro questi versi di Martin Niemöller, un pastore protestante imprigionato dai nazisti, ma attribuiti a Bertold Brecht, dei versi che ho sempre avuti presenti nella mia vita:

 

Prima di tutto vennero a prendersi gli zingari

Ed io fui contento perché rubacchiavano

Poi vennero a prendere gli ebrei

Ed io stetti zitto perché mi stavano antipatici

Poi vennero a prendere gli omosessuali

E fui sollevato perché mi erano fastidiosi

Poi vennero a prendere i comunisti

E non dissi niente perché non ero comunista

Un giorno vennero a prendere me

E non c’era rimasto nessuno a protestare.

 

Che l’esempio delle tantissime persone di buona volontà incontrate per strada ci aiuti a continuare insieme sulla giusta via.

4 comments to (Italiano) SECONDA TAPPA IN MAROCCO

  • Angelo F.

    Da sottoscrivere e controfirmare, e poi da vivere. La pace parte da noi. Ognuno di noi conosce decine di persone pacifiche a parole, impegante per il bene del mondo, che però non sanno dare spazio a chi hanno accanto, li angariano, li soffocano (spesso per il loro bene, o così magari anche credono).
    La pace parte da noi, dal nostro stile con chi abbiamo accanto, dalla disponibilità a scendere a patti, a cedere magari ciò che riteniamo addirittura essere nostro diritto, a ritenere davvero che il giusto e il bene ci potrebbe venire da altri, dagli altri, e soprattutto da chi abbiamo a fianco (”Io amo l’umanità. Sono gli uomini che odio” potrebbe essere la sottoscritta di tanti parolai difensori della pace…).
    Dunque doppio grazie, Liliana. Sì, la pace parte da qui, ora, da te che sei accanto a me. Solo così ha le basi abbastanza solide da andare lontano, da raggiungere ogni confine. E così questa marcia diventa davvero impegnativa anche per noi che vi leggiamo da lontano.
    Buon cammino.

  • JuanV

    Ciao Liliana,
    paso al español: no tomes esto como el comentario de un amigo, sino de alguien que lleva toda su vida traduciendo lo que escriben otros.
    Eres una narradora fenomenal. Si no escribes una novela, un libro de viajes, de historia, algo, será un desperdicio para el mundo.
    Buen viaje y un abrazo

  • Antonella P.

    Cara Liliana,

    mi dispiace tanto di essere arrivata a questo blog solo ora! Sto leggendo ”al contrario” e spero di riuscire a lasciare qualche altro commento nei prossimi giorni.

    In ogni caso ti ringrazio per aver intrapreso questo viaggio!

    Un abbraccio

    Antonella

  • Lia Desotgiu

    Liliana cara, come non essere d’accordo con Juan? Continua a scrivere, per favore! Leggendoti sembra di essere lì, e che cosa si può chiedere di più?
    Un bacione, grazie mille
    Lia