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21 November 2009

(Italiano) Tangeri e il Minza Hotel

(Italiano) Questo viaggio è unico, magico. Con le sue luci e le sue ombre, certo, ma irripetibile.

Oggi è stata una lunghissima giornata. Scrivo alle due di notte, le tre in Spagna e in Italia, ma domani siamo liberi di riposarci fino alla partenza del treno per Rabat, alle cinque del pomeriggio. Stento a crederci. Finora, che io ricordi, ma la mia memoria ormai tentenna, non era mai accaduto. Stamattina, come al solito, abbiamo corso all’impazzata. Avevamo appuntamento con 3000 (tremila!) ragazzi delle medie in uno splendido giardino di fronte al porto e per andarvi, dopo aver smistato il bagaglio (una parte del base team volava a Melilla) abbiamo fatto una prima marcia (queste camminate aggiuntive, lunghe e frequenti, per raggiungere il ristorante, l’hotel, il luogo d’incontro, noi le chiamiamo allegramente ‘reharsals’, chilometri e chilometri a piedi fuori programma, così, per tenerci in forma…). Siamo saliti sul solito palcoscenico approntato per noi e abbiamo salutato la folla di ragazzi, che ci aspettavano in piedi, seduti per terra, curiosi ed eccitati.

“Volete che vi racconti dove sono stata?”

Ho domandato loro durante la mia presentazione.

“SSSSSÎÎÎÎ!!!!”

Hanno urlato esultanti. E giù un rosario di paesi che ricreavo mentalmente rifacendo le rotte capricciose dei nostri viaggi.

“Dunque: in Nuova Zelanda, Australia, Filippine (con scalo ad Abu Dabi, ho pensato), Nepal, India, Corea (con scalo a Dubai…), Russia, Finlandia, Svezia, Danimarca, Olanda, Belgio, Francia, Italia, Spagna…

A ogni paese, volutamente scandito, quelli cacciavano un urlo sempre più forte.

“E ora andremo in un nuovo continente: in Africa!!!”.

Avessi detto, come Charles l’altro giorno in piazza Vittorio, nel suo italiano masticato, anziché ‘Evviva Roma’ ‘Viva _la_ Roma’, non avrebbero urlato di più.

Da lì sono partita in quarta in cerca della posta (sono addetta alle ‘emergenze’…). Juanita, che parla soltando l’inglese, voleva spedire a casa, in Nuova Zelanda, mezza valigia. Ormai un po’ tutti preferiremmo girare zozzi anziché trascinarci dietro un bagaglio che a momenti trascina noi. Abbiamo fermato un autobus chiedendo in vano che ci desse un passaggio.

“Ma se la posta è lì, signora, dietro quegli alberi!”

Cammina, cammina, cammina, altro ‘reharsal’. La posta stava infatti dietro agli alberi, ma non quelli che vedevamo così vicini, bensì in fondo a tutto un lungo viale alberato nascosto dietro…

Meno male che alla posta non c’era calca, ma abbiamo fatto una marcia ‘aggiuntiva’ di un’altra ora.

Tornati al punto di partenza, la Marcia vera e propria, con dietro quelle migliaia di studenti che oggi avevano avuto un giorno di vacanza appunto per ricevere noi. Anziché marciare, quelli correvano, si strattonavano, si incalzavano. Avevo un bel dire che si calmassero, sicché mi sono messa davanti allo striscione segnando il ritmo.

“Piano, stop, tu stai buono…”.

Poi la partenza per il porto, un’altra oretta per mare, seguiti da tre moto d’acqua che portavano ognuna una bandiera e ogni tanto si divertivano a sorpassarci.

A Benalmadena ho notato che una parte del bagaglio era stato dimenticato in albergo.

Per fortuna in tempo per recuperarlo. Arrivare in Africa senza sarebbe stato un disastro. A Algeciras, dove ci hanno offerto tante rose bianche, il solito spuntino frugale e la partenza definitiva per Tangeri, una volta recuperate la valigie mancanti.

Anche se la nave è arrivata in ritardo, il traghetto è stato breve, appena un’ora, che però si è pappata  quasi completamente l’addetto al timbro del passaporto. A ognuno di noi faceva una domanda più bizzarra dell’altra, voleva sapere l’hotel a Tangeri, a Rabat, a Casablanca… Come al solito, non ne avevamo la più pallida idea. Cosa significava la Marcia, e perché avevamo messo quale scopo del viaggio il turismo, se si trattava di un fatto culturale, era una conferenza, e allora in quale data esatta… Deliziosamente kafkiano. Arrivati a Tangeri, lo stesso addetto ha chiamato il gruppo in disparte. Ho temuto che avesse rimuginato qualche altra idea balzana e invece forse s’era informato meglio presso qualcun altro, fatto sta che ci ha fatti passare per primi dal garage. Solo che per arrivarci bisognava scendere delle scale ripide e strette, da cui rischiavamo di ruzzolare insieme al bagaglio, rompendoci en passant l’osso del collo. In fondo ci aspettavano in fila tre o quattro signori pronti a stringerci la mano, più innumerevoli media. Finita la Marcia, spero di non provare il rimpianto dei flash e dei microfoni che non avrò mai più sull’uscio di casa. Fuori dalla nave, ci aspettavano invece delle signore tutte in ghingheri, dei signori con la cravatta. Dopo esserci salutati, siamo ripartiti senza neanche sapere dove si andava. Kai stava male, oltre al mal di mare aveva una forte emicrania. Ho chiesto di portarlo in albergo. Mi è stato risposto che avrebbero provveduto, ma si andava avanti con il bagaglio a traino e nessuno se ne occupava. Cammina cammina cammina, non riuscivo a capire dove ci stessero portando, eravamo ormai da un pezzo in mezzo al traffico, assediati da tassì e da TIR, le belle signore eleganti camminavano al nostro fianco e non c’era in vista né un autobus, né un furgoncino, almeno da deporvi il bagaglio.

“Siamo ormai vicini alla piazza” Mi informò una gentile signora perfettamente vestita e truccata, senza curarsi del peso insignificante della sua bella borsetta. In piazza (ma appena, ahimé, la prima piazza) ci aspettavano i musicisti coi tamburi e le trombe, le ballerine coi sonagli, Molti marocchini si godevano lo spettacolo dai caffé all’aperto e poco a poco accorrevano uomini, donne, bambini, una vera e propria folla. Rimasi a bada del bagaglio che in parecchi avevano adagiato contro un lampione. Da lontano, vidi accendere delle candele. Temetti di riceverne una anch’io. Ho due mani e due valigie… Quando ancora speravo di vedere arrivare qualcuno con un mezzo qualunque e avevo iniziato finalmente a filmare, mi accorsi che tutti seguivano i musicisti, come fossero stati al  pifferaio di Hamelin. E i bagagli? A traino… Guardai la china verso cui si avviavano in una lenta processione e di colpo ricordai quelle due ore angosciose passate e salire e scendere scaloni nella grandiosa metropolitana di Mosca. Ci risiamo, pensai. Dopo la prima ripida salita ne affrontammo a zigzag una seconda, e una terza, e una quarta. Malgrado in diversi si offrissero di continuo ad aiutarci, non avevo avuto il tempo di individuare coloro che facevano parte del gruppo locale e non era consigliabile consegnare computer e mutande magari in mano a un ladro, cosicché tirai avanti su per le viuzze scoscese come Cristo sotto il peso della croce, ma in realtà mi sentivo stupidamente ridotta a una bestia da soma.

“Quant’è bello che la comitiva della Pace attraversi tutta la Medina” mi diceva entusiasta una di quelle signore così eleganti al mio fianco, senza che l’acciotolato l’avesse vinta sui suoi altissimi tacchi.

“Eppure avrei gradito risparmiare la Marcia alle valigie, signora…”

“Cosa vuole che sia, è un piccolo sacrificio…”. Mi fece lei con un bel sorriso segnato dal rossetto impeccabile, che istintivamente mi fece leccare le labbra riarse, legocce di sudore. 

Arrivati in una seconda piazza, i musicisti si fermarono e ripresero a suonare con più lena. In due minuti ci fu un’ammucchiata di valigie impietosamente scaraventate una sull’altra.

Ma non era finita, mancavano ‘appena’ 300 metri alla meta. E via di nuovo su per l’ennesima china, coi capelli scarmigliati, la fronte sudata, lo sguardo paonazzo da bue portato al macello.

Di colpo lo stupore cancellò tutto, la rabbia, la disperazione, il male alla coscia, la preoccupazione per il ginocchio gonfio. La comitiva si era arrestata di fronte a un bellissimo portale in pietra con su una scritta: Minza hotel, uno dei miei più esotici e cari ricordi, che ho sempre abbinato alla lettura delle Mille e una Notte. C’ero stata all’età di 12 anni con mio padre, solo un paio di giorni, ma sufficienti a rimanere indelebilmente impressi nella mia memoria. Dopo cena, i miei erano andati a un ricevimento e mi avevano lasciata in camera, sicuri che avrei letto tranquilla fino al loro rientro, perché ero sempre stata una bambina saggia, ma dalla finestra aperta entrava un profumo inebriante che mi attirava. Mi affacciai e provai una grande voglia di scendere in quel bellisimo giardino profumato e deserto. Era un giardino antico, pieno di profumi delicati, zampilli e padiglioni, ovunque si sentiva scorrere l’acqua, si aprivano angoli accoglienti e ben illuminati. Scelsi una poltrona e ripresi a leggere, lasciando volare la mia fantasia adolescenziale. Dopo qualche or acominciarono a sbucare dappertutto camerieri e inservienti di ogni tipo “Eccola, eccola!!!” qualcuno gridò in francese. “È qui, è qui!!!”. Essendo i miei rientrati e non avendomi trovata in camera, mia madre era svenuta e mio padre aveva subito dato l’allarme. Un ricordo che mi ha accompagnata per tutta la vita, nei minimi dettagli. La mia prima manifestazione di indipendenza, la prima volta che non avevo fatto la ‘brava’.

Dopo il ricevimento, i discorsi e le bellissime canzoni interpretate in nostro onore da una splendida corale di giovani, mi sono precipitata a chiedere del giardino. Ho provato una grande emozione nel  riconoscere, tale e quale, il ristorante dove avevo cenato coi miei nel lontano 1955, ma soprattutto un cancello che ricordavo chiaramente di aver varcato allora. Una parte del giardino ha lasciato posto a una piscina, un’altra a un parcheggio, ma il cancello che aveva segnato per la prima volta la mia decisione di essere libera e che avevo spesso ricreato nei miei sogni era ancora lì ad aspettarmi. Le salite, il peso del bagaglio, la stanchezza erano stati forse il prezzo da pagare per riavere quel tesoro.

Non posso che ringraziare gli amici marocchini di tutto, della splendida accoglienza, dell’ottimo ristorante (malgrado un’ultima china ancora più ripida delle precedenti fatta col fiatone, anche se ormai senza i venti e passa chili di bagaglio), ma soprattutto per quel regalo inaspettato, l’avermi offerto la possibilità di rivedere ancora una volta quel pezzetto di paradiso proibito che mi sono sempre portata dentro come uno dei miei ricordi più preziosi, di quel giorno così lontano in cui decisi di essere sempre libera E ho tenuto parola.

2 comments to (Italiano) Tangeri e il Minza Hotel

  • Petra Frost

    Cara Liliana, mandaci presto il prossimo capitolo di questo libro affascinante sulla vostra marcia.:-)
    Vorrei ringraziare anche Isabelle, i cui film apprezzo molto.

  • Angelo F.

    “Esiste ancora!” (Cechov, Il giardino dei ciliegi)
    Grazie, Liliana, pura poesia, da pelle d’oca e occhi lucidi (e non sono un tipo dalla commozione facile… ma forse sto invecchiando :-) ).
    Grazie per questa fatica quotidiana, quella della convivenza e dell’adattamento a condizioni che stroncherebbero non pochi ventenni.
    Ma soprattutto grazie per questa capacità di continuare a sognare, a ricordare, a farti vincere dall’emozione, che è quella che ci distingue dalle macchine… a essere libera, che è quello che ci fa esseri umani. Un grande esempio, oltre a tutto il resto.