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17 October 2009

(Italiano) Ancora Corea

(Italiano) Oggi la pioggia e’ cessata. La mattina abbiamo riposato un po’. I monaci ci hanno chiesto di liberare la sala comune. Hanno dovuto rinunciare alla loro preghiera delle tre di notte perche’ ci dormivamo noi. Abbiamo salito la china come formichine portanto nelle celle i nostri bagagli; roba pesante, per tre mesi di caldo, di freddo, di pioggia, di neve. Non le ho misurate, ma saranno 2×2 metri, qual che basta a stendere due tatami per terra. Le valigie dovranno rimanere nel ballatoio, sperando che stanotte non piova. Domani si riprendono i bagagli, si va nella zona demilitarizzata, e ci dormiamo pure. Dove, non so proprio. Il giorno dopo si va in un altro monastero buddista. Se qui la pecca e’ stato il fango, li’ per le nove dovremo essere tutti chiusi nelle celle, in silenzio. Oggi abbiamo marciato in bicicletta. Il raduno e’ stato in un parco. Siamo arrivati in ritardo. C’era un ingorgo come quelli che subiamo noi in Europa. Pare che anche ai coreani piaccia girare per il we. Nel parco abbiamo fatto dei disegnini sul retro di apposite t-shirt bianche da indossare. Pace, non violenza, tanti colori, qualche bambino. Poi la marcia in bici. Dieci chilometri in mezzo al traffico. Io l’ho fatta in macchina, con la cinepresa, ma in realta’ non sono mai salita su una bicicletta, quindi non era il caso di provarci proprio ora. Un traffico come quello di casa, tranquillo, ordinato, ben diverso da quello incontrato in India. Seul e’ una citta’ moderna, piena di grattacieli, ma in prima fila ci sono pure palazzine a due o tre piani, nascoste dietro a innumerevoli cartelli, annunci, scritte. Ho visto un negozio che aveva in vetrina decine di mani. Non so se fossero protesi o manichini per guanti, non ho fatto in tempo a riprenderlo. I nostri amici coreani si sono anche ricordati di procurarci delle interpreti, una con l’inglese, una con lo spagnolo. Gentili, carine. Abbiamo cenato insieme a tutti loro in un ristorante in citta’, ma prima ancora siamo saliti sulla metropolitana per recarci in un posto dove ci sono in corso delle proteste. Non sono sicura del perche’, alcuni di noi hanno capito una cosa e altri un’altra, fatto sta che c’era una specie di tempio con le foto di cinque persone morte a gennaio in un incendio dopo uno scontro con la polizia. A due passi gli antisommossa, pronti ad intervenire, ma anche preti e monache cattolici. Ora stiamo ancora lavorando, scrivendo, ma in breve ci ritireremo, non e’ il caso che i monaci debbano ancora rinunciare alle loro preghiere a causa di questa nostra invasione. Domani si parte alle 8, e dobbiamo ancora ritirare la biancheria che ci hanno lavato, fare le valigie, prepararci mentalmente a caricare domani, oltre alle nostre, pure quelle dei compagni che sono tuttora in Giappone. Stanotte niente doccia. Troppa fatica salire la china infangata per andare a prendere gel e asciugamano, ridiscenderla e risarlirla di nuovo in camicia da notte, con questo freddo. Meno male che il pavimento e’ riscaldato, ma domani dove si dorme? Non si sa.

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